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Che Incontenibile Benedetta Ossessione


Una volta partecipai ad una colazione di lavoro a quattro in una modesta trattoria del litorale pontino e sono certo che, non tanto io, quanto gli altri tre commensali, ricorderanno per sempre il momento in cui il cameriere servì il primo piatto: iniziò da me, e quando concluse il giro intorno al tavolo per servire la quarta porzione di una discreta pasta alla carbonara, io avevo già terminato, approfittando anche dell’assoluta informalità dell’incontro con i due clienti che io ed il mio direttore avevamo invitato a pranzo.

Ecco, questo fatto sarebbe già sufficiente a descrivere il mio rapporto con il cibo.
Viscerale, divoratore, estremo. Molto spesso senza limiti, al punto da alzarmi da tavola così sazio da non potermi quasi più muovere.

E’ un rapporto che mi piace, che vivo e coltivo in tutta la sua stortura, perché mangiare svelto “fa male”, perché non di rado preferisco saltare il pranzo e perché adoro la cena che vorrei non terminasse mai, perché quando ho fame non ragiono più ed avverto l’irrefrenabile desiderio fisico di sbranare i cibi, da quelli incondizionatamente amati come gli spaghetti, il pollo, la porchetta e il pomodoro, a quelli che poi sono tutti gli altri, dalla carne alle verdure e - solo negli ultimi anni - anche il pesce, quest’ultimo dopo decenni d’embargo per ragioni sconosciute, pur continuando a pensare che farei volentieri a meno del mare in tutte le sue forme e manifestazioni. E siccome “fa bene”, non mangio frutta, perché ciò mi rovinerebbe quei sapori che, dopo essermi riempito abbastanza, inizio a pregustare proprio quando ho terminato, visto che durante il pasto non ne ho avuto il tempo necessario.

Quando mangio sono felice, più sono felice e più mangio, ed è sempre stato così fin da bambino, quando sedersi a tavola era un rito ma soprattutto un piacere, grazie anche ai miei genitori che impartirono a me e ad i miei fratelli una sana educazione alimentare, consistente nel mangiare di tutto, variando in continuazione tutti i cibi appartenenti a quell’incommensurabile dono che è stato fatto a noi italiani: la dieta mediterranea.

Quando mangio devo terminare tutto ciò che è nel piatto, e siccome termino per primo, inizio quindi a guardarmi intorno per vedere se ce ne è dell’altro; se sono in famiglia e/o in compagnia di amici, mi prenoto se qualcuno sta per lasciare qualcosa della sua porzione, e, comunque, alla fine mi adopero affinché non avanzi nulla.
Purtroppo ciò non può accadere nelle cene “importanti”, dove lo sguardo vigile e severo di mia moglie è sempre lì, pronto ad impedirmi intenzioni sconsiderate o quantomeno inopportune. Ma soffro terribilmente.

Quando mangio, sovente raggiungo stati di eccitazione molto coinvolgenti, e questo perché l’abbinamento tra la passione ed il desiderio si rivela come sempre l’unica vera azione stupefacente sul cervello umano.

Questo il mio incontro con il cibo.
Un incontro felice, forte, passionale, tanto che se sono incazzato o c’è qualche cosa che mi turba minimamente, mi si chiude lo stomaco. E non mangio.

Massimo Pelliccia


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