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Sognavo Fabio Capello


Sì, sognavo lui mentre compilavo quel riquadro su una pagina dell’“Intrepido”, che poi ritagliai per la spedizione postale. Una possibilità offerta a tutti quei ragazzini che come me desideravano di sostenere un provino per entrare a far parte delle giovanili della propria squadra del cuore. Avevo 10 anni ed ero un tifoso giallorosso: Roma.

Credo sia stato quello il primo grande sogno della mia vita, frutto di una passione calcistica coltivata fin dalla più tenera età, almeno da quello che mostrano gli album delle foto di famiglia, ma determinante deve essere stata la frequentazione domenicale dello Stadio Olimpico al seguito di mio padre.

Proprio in quella stagione la Roma vinse la sua seconda Coppa Italia, e spesso mi ritorna in mente un episodio all’indomani della finale, quando mi ero riunito con alcuni amici per giocarci a carte i giornaletti usati. Improvvisamente uno di loro afferrò un distintivo con la Lupa capitolina, lo baciò ed esclamò con trasporto: “Bella Roma nun te lascerò mai !!”. Ne rimasi colpito, pur essendo io stesso molto sensibile alla magia dell’amore per la propria squadra di calcio.

Ma in quegli anni, unitamente al tifo cresceva in me l’immaginazione: raccattapalle ai bordi del campo, la stessa divisa dei giocatori immortalati dalle figurine Panini, tutta la trafila nelle formazioni minori fino ad arrivare ad allenarmi con la prima squadra, e sedermi un giorno sulla panchina delle riserve con il numero 13 sulle spalle, l’unico giocatore che secondo il regolamento della F.I.G.C. allora vigente, poteva subentrare ad un titolare nel corso della gara, oltre alla eventuale sostituzione del portiere che poteva essere avvicendato dal rincalzo che indossava la maglia con il numero 12.

E sognavo Fabio Capello, mi ispiravo a lui nel mio modo di giocare, volevo essere la sua riserva, e magari suo compagno di reparto. Nell’ipotesi, almeno nel grande giorno dell’esordio in serie A, non avrei fatto storie, e sarei stato anche disposto a “lasciargli” la maglia numero 10.

Sognavo, ma che brutto colpo fui costretto ad incassare, e non solo io, viste le imponenti manifestazioni di protesta dell’intera tifoseria inscenate contro il Presidente Alvaro Marchini, quando il nostro regista di centrocampo fu ceduto alla Juve insieme a Luciano Spinosi e Fausto Landini.

I tre “gioielli” furono rimpiazzati da Zigoni, Del Sol, e dal talento sprecato di Roberto “Bob” Vieri, che, durante il periodo della sua breve e fallimentare permanenza a Roma, tentai di idolatrare al posto di quel giovane friulano destinato ad entrare nella leggenda del calcio nazionale, per essere stato il primo italiano a realizzare una rete vittoriosa nel tempio del football, il “Wembley Stadium” di Londra, proprio contro l’Inghilterra, e, scherzi del destino almeno per un tifoso romanista, su uno splendido passaggio del giocatore laziale più laziale di tutti i tempi: Giorgio Chinaglia.

Sognavo, ma ormai Capello era juventino, Bob Vieri uscì presto di scena, ed io cominciai a dimenticare. Anche se ricordo ancora tutto di quegli anni, di quei campionati, delle vicende della “Rometta”, spesso sbeffeggiata dalle solite grandi squadre del nord.

Ma non dimenticherò mai il giorno in cui mi arrivò la lettera di convocazione da parte dell’A.S.Roma che aveva fissato la data del mio provino, declinando ogni responsabilità per eventuali incidenti di gioco che mi sarebbero potuti occorrere.
Così, poche settimane dopo, nel primissimo pomeriggio di una tiepida giornata di primavera, iniziai a riempire minuziosamente la mia borsa con gli indumenti di gioco e gli scarpini proprio come quando mi preparavo per le partite da giocare in pineta con i miei amici. Quella volta lo feci con maggior trepidazione, sapendo che dovevo andare a prendere il trenino da Ostia fino alla Magliana e varcare la soglia dell’allora campo di allenamento della Roma, il mitico “Tre Fontane”.

Un vero campo in erba, mai calpestato fino ad allora con il mio unico paio di scarpini sempre più consumati, scartati peraltro da un mio cugino che giocava con ottimi risultati in una delle formazioni dell’Ostia Mare, e che aveva avuto il privilegio di essere equipaggiato dalla società. Giocare sull’erba, come mai era accaduto, visto che tutta la scuola calcistica da me frequentata fino ad allora mi aveva visto correre sempre e solamente sulla terra battuta, o, molto più spesso, sull’asfalto delle strade nei pressi della mia abitazione.

Arrivammo quel giorno in tantissimi, più o meno tutti della stessa età e sicuramente tutti con lo stesso sogno in mente. Alcuni di noi erano accompagnati dai loro papà, e chissà perché pensai subito inquieto. Io ero stato in grado di arrivare al campo da solo, e chissà perché, continuavo a chiedermi negli spogliatoi che erano intanto divenuti una bolgia, poiché fecero cambiare tutti i partecipanti al provino, suddivisi in più squadre per poi giocare a turno delle mini-partite di trenta minuti sotto la direzione di Mister Tessari, l’allenatore in seconda di Helenio Herrera, sì proprio lui, “il Mago” che aveva vinto in tutto il mondo alla guida della grande Inter e che era sbarcato a Roma per tentare di ripetere quelle imprese, chissà perché, non smettevo di interrogarmi, alcuni di questi papà continuavano a confabulare amichevolmente con il Mister.

Comunque arrivò il momento tanto atteso, e ci distribuirono le maglie da gioco. Di colore bianco, quelle della “mia” squadra.

A quel punto aumentò il mio già elevato stato d’ansia, a causa di un altro particolare intorno al quale iniziai a fantasticare fino a far decollare i miei pensieri ben oltre la realtà.

A quei tempi ed in qualsiasi categoria, i numeri delle maglie avevano un preciso significato, identificavano il ruolo, e quando mi affidarono una casacca con il numero 11 ci rimasi male, anche perché fin dal momento della compilazione del coupon sull’ “Intrepido” avevo specificato che la mia posizione naturale in campo era quella del centrocampista di regia: un numero 10, proprio come Fabio Capello. In alternativa, se proprio doveva essere, potevo vestire una maglia con il numero 8.

In quel momento invece, essere individuato con il numero 11 ovvero ala sinistra, senza peraltro essere un mancino naturale, mi sembrò già un cattivo presagio. Ovviamente non obiettai nulla, ed andai a schierarmi diligentemente nella zona assegnatami, in attesa di essere servito dai compagni d’attacco.

Ben presto mi trovai a far parte di un gioco ben lontano dagli schemi e dallo spirito delle partite nella pineta di Ostia, e benché molti di quelli che erano in campo sembravano cavarsela bene con la palla al piede - fin troppo visto che non la passavano mai - quella partitella me la ricordo come uno scriteriato “tutti contro tutti” verso la porta avversaria, alla forsennata ricerca di una gloria individuale.

Nonostante tutto, nel corso di quella mezz’ora mi guadagnai un paio di giocate, una delle quali particolarmente efficace e proprio sotto lo sguardo attento dell’arbitro-Mister Tessari: un dribbling a centrocampo verso l’out di sinistra e poi, dopo aver alzato la testa, un passaggio di esterno destro a pochi centimetri dalla linea bianca. Un colpo ad effetto che impresse una traiettoria a rientrare al pallone che sembrava destinato ad uscire dal campo e che invece raggiunse con precisione un compagno lanciato in attacco.

Anziché seguire l’azione finale, che si concluse poi in rete, volsi immediatamente lo sguardo in direzione di Mister Tessari, e quando lo vidi prendere appunti sul suo taccuino pensai veramente di avercela fatta.

Al termine del provino rientrammo tutti negli spogliatoi, e quando un collaboratore del Mister, leggendo da un foglietto di carta che teneva in mano, comunicò ad alta voce i numeri di maglia di coloro che erano stati prescelti, l’11, il “mio” numero 11, non fu chiamato.

Ci rimasi malissimo, e tornando a casa, la motivazione di conforto che iniziai a darmi fu quella che, in assenza di un serio impegno sportivo, avrei avuto più tempo da dedicare allo studio, anche se a scuola avevo un ottimo profitto.

Abbandonai definitivamente il sogno di Fabio Capello, anche perché lui dopo aver giocato e trionfato a lungo con la Juve passò al Milan per fare altrettanto, ed io, a Roma, non sapevo più a chi rivolgermi per trovare una fonte di ispirazione.

Avrei dovuto aspettare il terzo millennio per ritornare a sognare il mio idolo, di nuovo alla Roma per regalarci, da allenatore, il terzo scudetto della nostra storia.

Ma nel frattempo, non ho mai smesso di correre dietro ad un pallone. Sull’asfalto, sulla terra battuta, sulle superfici sintetiche. Qualche volta pure sull’erba.

E ancora oggi, a più di trent’anni da quel provino, gioco al calcio con la stessa smisurata passione di allora, nonostante l’età mi difendo benissimo, quando scendo in campo mi impegno come se mi trovassi sul prato dello Stadio Olimpico, ma il colore ed il numero di maglia non hanno più alcuna importanza. E comunque, quando occorre, il numero lo scelgo io.

Il calcio è parte integrante della mia vita. E’ sana attività sportiva, divertimento, ma anche una filosofia, una cultura di valori. In un periodo di difficoltà mi ci sono aggrappato come ad un’ancora di salvezza, mentre ogni volta che mi capita di assistere ad una partita o di esserne protagonista, sono felice come un bambino.

E ringrazio Dio per avermi fatto nascere romano e romanista.

       Massimo Pelliccia

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